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Riconosci nell’animale un soggetto, non un oggetto? Allora sii coerente, non domandare “che cosa” mangiamo oggi, ma “chi” mangiamo oggi.
Charlotte Probst
Una volta scoprii Eduardo De Filippo che parlava con un cane. Eravamo a Bari, davanti al Teatro Piccinni. Con discrezione ascoltai. Sembrava un colloquio amichevole e abituale. L'uomo parlava a bassa voce, fitto fitto. Il cane ascoltava compreso, scodinzolando. Eduardo chiedeva al cane, un bellissimo esemplare multirazziale, pezzato, con uno sguardo dolcissimo, "A chi sei cane?". Pensai di non aver capito e drizzai le orecchie, come, del resto, fece anche la bestiola. Eduardo chiese ancora: "Ne', si può sapere a chi sei cane?". Il cane rispose con un guaito che era un lamento come per dire: "Caro Maestro, purtroppo non sono cane a nessuno. Mi piacerebbe molto essere cane a qualcuno ma, evidentemente, sono figlio di un Dio minore e, quindi, non sono cane a nessuno". Eduardo capì, lo accarezzò sconsolato come per dirgli che avrebbe voluto che potesse diventargli cane, ma che non poteva, che non doveva e che la sua vita e il suo lavoro glielo impedivano. Si allontanò meditabondo verso l'ingresso del palcoscenico e io lo accompagnai, consapevole che quel cane ci avrebbe seguito con lo sguardo triste di chi non è cane a nessuno. Eduardo non parlava e io non mi azzardavo a rompere la sua magistrale pausa di silenzio, poi mi disse: "Quando si nasce cane è meglio nascere cane <a qualcuno>. Solo allora compresi il mirabile dativo di possesso, con il quale sanciva il rapporto strano e bellissimo tra questo umile amico dell'uomo e l'uomo quando l'uomo è onesto. Un rapporto che migliora entrambi i contraenti. Forse perché uno è una bestia. Michele Mirabella
Ode al cane di Pablo Neruda
Il cane mi domanda e non rispondo. Salta, corre pei campi e mi domanda senza parlare e i suoi occhi sono due richieste umide, due fiamme liquide che interrogano e io non rispondo, non rispondo perché non so, non posso dir nulla. In campo aperto andiamo uomo e cane. Brillano le foglie come se qualcuno le avesse baciate a una a una, sorgono dal suolo tutte le arance a collocare piccoli planetari su alberi rotondi come la notte, e verdi, e noi, uomo e cane, andiamo a fiutare il mondo, a scuotere il trifoglio, nella campagna cilena, fra le limpide dita di settembre. Il cane si ferma, insegue le api, salta l'acqua trepida, ascolta lontanissimi latrati, orina sopra un sasso, e mi porta la punta del suo muso, a me, come un regalo. E' la sua freschezza affettuosa, la comunicazione del suo affetto, e proprio lì mi chiese con i suoi due occhi, perchè e' giorno, perchè verrà la notte, perchè la primavera non portò nella sua canestra nulla per i cani randagi, tranne inutili fiori, fiori, fiori e fiori. E così m'interroga il cane e io non rispondo. Andiamo uomo e cane uniti dal mattino verde, dall'incitante solitudine vuota nella quale solo noi esistiamo, questa unità fra cane con rugiada e il poeta del bosco, perchè non esiste l'uccello nascosto, ne' il fiore segreto, ma solo trilli e profumi per i due compagni: un mondo inumidito dalle distillazioni della notte, una galleria verde e poi un gran prato, una raffica di vento aranciato, il sussurro delle radici, la vita che procede, e l'antica amicizia, la felicità d'essere cane e d'essere uomo trasformata in un solo animale che cammina muovendo sei zampe e una coda con rugiada.
Su la piazzetta. quanno arivo' er caro, c'erano 'na ventina de persone: la nipote der morto, er macellaro, l'ostessa cor droghiere der cantone, c'era er curato e quarche ficcanaso che s'erano trovati li' pe' caso. Quanno er caro se mise in movimento ie s'affilarno appresso tutti quanti; la nipote se mosse co' un lamento, s'asciugo' l'occhi, s'infilo' li guanti mentre ognuno sforzava er gargarozzo pe' fa sorti' er rumore d'un singhiozzo. Ma tutta st'aria triste e desolata spari' quanno arivorno a la vortata, e ognuono aricconto' li fatti sui tanto che a un certo punto se parlava de tutto quanto, fora che de lui. Fra tutta que la gente spensierata sortanto un cagnoletto camminava co n'aria addolorata: era er cane der morto, poveretto! Benche' bestia sentiva l'amarezza de perde er su' padrone e, forse, se scordava der bastone pe' ricordasse solo ogni carezza. Ar camposanto, quanno furno drento, la nipote rideva cor cugino e parlaveno der testamento. - Povero zio, com'e' stato carino!.. Mi ha fatto erede, erede universale! .. Oh, se ci penso mi ci sento male.. mi pare di vedermelo davanti.. - Ma appena fu finita la funzione scappo' lei pure, assieme a tutti quanti, co' un gran sospiro de sodisfazione. Solo quer cane, que la bestia sola, resto' li' malinconico e abbattuto, guasi volesse di' quarche parola d'affetto e de saluto. E forse fu per freddo o fu per vento dall'occhi, in quer momento, 'na lagrima sorti' .. casco' pe' tera: e fu la sola lagrima sincera "Sulla piazzetta, quando arrivò il carro, c'erano una ventina di persone: la nipote del morto, il macellaio, l'ostessa col droghiere del cantone, c'era il curato e qualche ficcanaso che s'erano trovati lì per caso. Quando il caro se mise in movimento gli andarono dietro tutti quanti; la nipote se mosse con un lamento, si asciugò gli occhi, si infilò i guanti mentre ognuno sforzava la gola per far uscire il rumore di un singhiozzo. Ma tutta quest'aria triste e desolata sparì quando arivarono alla curva, e ognuno raccontò i fatti suoi tanto che a un certo punto si parlava di tutto quanto, fuorchè di lui. Fra tutta quella gente spensierata soltanto un cagnoletto camminava con l'aria addolorata: era il cane del morto, poveretto! Benchè la bestia sentiva l'amarezza di perdere il suo padrone e, forse, si scordava del bastone per ricordarsi solo ogni carezza. Al camposanto, quando furono dentro, la nipote rideva col cugino e parlavano del testamento. - Povero zio, com'è stato carino!.. Mi ha fatto erede, erede universale! .. Oh, se ci penso mi ci sento male.. mi pare di vedermelo davanti.. - Ma appena fu finita la funzione scappò lei pure, assieme a tutti quanti, con un gran sospiro di sodisfazione. Solo quel cane, quella bestia sola, restò lì malinconico e abbattuto, quasi volesse dire qualche parola d'affetto e di saluto. E forse fu per il freddo o fu per il vento dagli occhi, in quel momento, una lagrima uscì .. cadde a terra: e fu la sola lacrima sincera.
Questo piccolo d´ippopotamo (meno di un anno) rimasto senza la mamma (a causa dello tsnunami) è stato adottato da una tartaruga (maschio) di circa cento anni .........ogni parola è superflua.
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